È di Gela uno degli eroi del Vajont. La storia di Nino Zuppardo: militare che nel '63 non esitò a soccorrere le popolazioni colpite dal disastro, rischiando la vita. E lo Stato non dimentichi... Featured

Venerdì, 04 Novembre 2016 21:38 Written by  Published in Attualità

Ci sono eroi famosi, uomini e donne straordinari, che hanno salvato la vita a tante persone, mettendo a rischio la loro. Nei casi più drammatici si sono spinti sino al sacrificio estremo.

E poi ci sono gli eroi normali, quelli della porta accanto, che mai avrebbero voluto la ribalta. E se mai gli è toccato un istante di notorietà è perché casualmente, nei giorni in cui i telegiornali traboccano di fango e macerie, nel giorno in cui il Paese ricorda le vittime dell’alluvione di Firenze, per caso, ti imbatti in una storia di dolore, morte e “risurrezione”. Una storia che ha dell’incredibile.

L’eroe normale è Nino Zuppardo, 75 anni compiuti in agosto, uno dei valorosi soccorritori del Vajont. 

Ex geniere dell’Esercito, in servizio nella Prima Compagnia del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore - Bologna, fu tra i primi soldati inviati a prestare aiuto alle popolazioni colpite da quell’immane disastro. Un coraggio quasi incosciente che ha rischiato di pagare con la vita a causa di una terribile esplosione.

Oggi quel ricordo è lontano. Le ferite sono scomparse. Il dolore però ha lasciato il segno.

Ma proviamo a sfogliare all’indietro la storia di questo coraggioso soldato e a rivivere i ricordi di quella notte terribile.

È la sera del 9 ottobre 1963 quando parte del pendio roccioso si stacca dal Monte Toc e piomba sulle acque della sottostante diga. Un’enorme frana il cui effetto è quello di una bomba. Le acque tracimano, invadono le sponde del lago e superano il fronte della diga, provocano l'inondazione e la distruzione dei paesini a valle, tra cui Longarone. Perdono la vita 1.910 persone.

«Dormivo in camerata – racconta – assieme agli altri militari quando fummo svegliati dal superiore che ci ordinò di prepararci. Si doveva partire immediatamente. Fummo caricati sulle Jeep, sui camion e portati nella zona della sciagura».

Sono trascorsi 53 anni, ma i ricordi restano ancora nitidi, scolpiti per sempre nella memoria.

«Era tutto buio – prosegue – non vedevamo a un metro di distanza. Salimmo sui gommoni nel tentativo di avvicinarci quanto più possibile al luogo del disastro».

Gli “angeli del fango” fluttuavano nell’acqua torbida del Vajont, tentando di soccorrere i vivi e recuperare i corpi dei morti.

Ma a un tratto accade l’imponderabile: una fortissima deflagrazione squarcia il buio. La caldaia di un palazzo semisommerso esplode all’improvviso, sbalzando i gommoni dei primi soccorritori a metri di distanza.

«Uno dei soldati – racconta Zuppardo – rimase ucciso. Tanti rimanemmo vivi per miracolo».

A un tratto il mondo attorno al militare gelese diventa un quadro scuro. Poi la luce si spegne del tutto.

«Ho ripreso conoscenza – dice - dopo due giorni, ero in un ospedale di Bologna».

Il corpo è provato dall’esplosione: una ferita alla testa della quale porta ancora i segni, traumi alle mani.

«Però ero vivo- ricorda – mentre sugli occhi scende un velo di commozione». Il resto accade molto velocemente. Zuppardo viene congedato con onore, l’Esercito gli riconosce la causa di servizio. Torna a Gela a curarsi, ottiene un posto di lavoro in ospedale, mette su famiglia. Ma il Vajont, quel dolore, le vittime, l’esplosione, non sono mai stati cancellati. Sono rimasti impressi a fuoco. Per sempre.

«Ci penso spesso – racconta Zuppardo – sono cose che ti segnano profondamente».

L’eroe normale oggi fa il pensionato, ha l’hobby della campagna. È sereno. Qualche annetto fa è tornato nella caserma da cui tutto è cominciato. A Castel Maggiore.

«Mi sono presentato – dice – al corpo di guardia. Dopo aver detto chi ero e aver accennato ai fatti del Vajont, sono stato ricevuto dal comandante. Mi hanno accolto con calore e affetto».

Lo Stato, però, si è un po’ dimenticato di questo piccolo grande eroe normale.

L'ex soldato ha sempre atteso un segno, un gesto. Che fosse una medaglia di latta, un attestato. Un’onorificenza. Cose che in fondo vengono concesse per molto meno. E la speranza non si è mai spenta. Ma il tempo passa lasciando quel velo di amarezza che Zuppardo cerca di non far trasparire. Troppo umile e generoso. Insomma, un uomo d’altri tempi.

«Sarebbe bello – dice – io sono qua e aspetto. Speriamo accada, se no pazienza». Non è per un pezzo di latta, per un diploma da appendere al muro. È solo una questione di correttezza nei confronti di quel ragazzo di Gela che indossando una divisa non esito a soccorrere le persone del lontano Nord. Mettendo la sua vita in pericolo per gli altri. E per questo forse meriterebbe un piccolo riconoscimento.

Un atto di giustizia.

Last modified on Lunedì, 07 Novembre 2016 15:01
Massimo Sarcuno

Giornalista, un passato da speaker radiofonico, ha lavorato per oltre vent'anni al Giornale di Sicilia, prima a capo dell’Ufficio di Gela, poi da redattore ordinario a Caltanissetta, Agrigento e Ragusa. Dal 2015 al 2018 è stato direttore di Rete Chiara. Nell'ottobre 2014 ha fondato Today24, quotidiano on line del quale è direttore.

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