Gela: «L'erba tinta un mori mai», ciao don Pippo. Il ricordo dell'amato parroco che ci lascia le sue preghiere e la grande umanità Featured

Mercoledì, 11 Settembre 2019 09:02 Written by  Published in Attualità

«Ci pensa u Signuruzzu, ma no quannu voi tu, quannu vo iddru». Sembra di sentirlo con quella cantilena gelese lunga e altisonante. Era un suono teatrale quello delle sue parole, durante le omelie e non. In chiesa e, più raramente, quando lo incontravi per strada, solo e pensante.

Era in dialetto per i più umili e in italiano quasi letterario per i più acuti. Grande cultura la sua, sia artistica che cinematografica e letteraria. Un uomo di spessore Pippo Bentivegna che, nei suoi discorsi, spaziava dalla letteratura alla filosofia, dal cinema d’autore alle tele d’olio che dipingeva con immensa passione. Intelligenza acuta, estro creativo, sarcasmo pungente, bontà pura, severità e rigore ineguagliabili. Erano questi i suoi “talenti” e insieme le sue “croci”. Padre Bentivegna, questo era per noi, padre. Autorevole e autoritario parroco del Carmine per quasi trent’anni. Si è spento da appena un mese e la chiesa di piazza Roma è ancora “vacante”, in fase di transizione, in attesa che arrivi un sostituto. Difficile per chi arriverà rimpiazzare l’autorevolezza di Padre Bentivegna e non “Don” come in molti oggi lo ricordano. Certo, Don Pippo per i più anziani. Ma per i più giovani Padre severo, del sì e del no, del bianco e del nero, della salvezza o della perdizione. Evita quel prete se non vuoi fare i conti con la tua coscienza e le leggi inviolabili del cielo, perché riceverai segni inequivocabili. Il suo Ministero - pochi lo hanno detto ma tutti lo ricordano - era quello di combattere contro il male. Perché è ovvio, se c’è il bene c’è anche il male, e questo Pippo Bentivegna lo sapeva bene e l’ha pagato a prezzo caro. Eccessivi toni confidenziali a molti non erano permessi. Era lui a stabilire il come e il quando rivolgerglisi: era un uomo impegnato, travagliato negli ultimi anni, tormentato forse, ma di questo si è detto poco al suo funerale. Come poco si è detto del suo impegno per la Chiesa contro il maligno, delle preghiere di guarigione e liberazione. Quasi fosse un tabù per la nuova Chiesa ammettere, ancora oggi, che il male esiste e si muove in mezzo a noi. Visitava i suoi fedeli in casa e in chiesa, benedicendo abitazioni, persone e animali da compagnia, professava un credo fermo e deciso, era schivo alle cene, agli incontri mondani, alle celebrazioni d’etichetta. Piuttosto preferiva le cene casalinghe, a casa di quei pochi intimi che lui considerava “amici”. La confidenza era nei gesti. In quegli abbracci incontenibili. Nei baci sulle mani. In quel sorriso sornione accompagnato dalla severità delle parole di un attimo dopo.

Avrebbe compiuto quarantuno anni di sacerdozio oggi, il quarantesimo appena un anno fa, ma senza alcun festeggiamento che celebrasse l’importante ricorrenza. Era un solitario. Difficilmente lo si incontrava passeggiare in compagnia. Preferiva spesso la via Cairoli al Corso, forse perché era schivo e, ultimamente, anche affaticato. Ciò nonostante quando ti abbracciava rimbalzavi quasi nella sua pancia: aveva partorito tanti figli spirituali, questo gli piaceva dire. Ad alcuni, se era il caso, negava anche la comunione ma mai un abbraccio, mai un conforto, mai parole di guarigione e speranza. Nella messa vespertina del trigesimo, celebrata da padre Filippo Salerno, ieri 10 Settembre, è stata tanta la commozione per il prete che è andato via da un mese: grande gratitudine per il suo servizio alla chiesa nel ricordo di una persona che non si cancellerà nel tempo.

«In un mese finisce quasi tutto - ha esclamato con leggero rammarico padre Salerno - grazie alla gente che oggi si è ricordata di lui. Il ricordo delle persone che abbiamo amato va alimentato perché diventa Storia e sigillo del grande libro della vita.Quanto valiamo poco noi Sacerdoti se ci si dimentica così facilmente delle persone che abbiamo voluto bene?»

E ancora, l’importanza del “Grazie” per il lavoro svolto da Padre Bentivegna nella “sua” chiesa del Carmine.

«Una comunità che prega cresce - ha concluso - ma se balbetta resta ferma».

In prima fila il caro Salvatore Greco, cireneo e amico fedele che ha accompagnato il suo operato con dedizione ineguagliabile. Alle pareti le grandi tele commissionate al pittore Giovanni Iudice. In croce il Santissimo Crocifisso di sempre, avvolto dal cotone miracoloso. Padre Bentivegna si è spento da un mese esatto tra le amorevoli braccia delle sorelle Teresa, Maria e del fratello Rocco, nello storico palazzo di famiglia in piazza. Resteranno le sue coloratissime tele in acrilico, realizzate con tecniche d’avanguardia, attraverso le quali esprimeva se stesso e liberava quel “limite caratteriale” che lo teneva distante da molti. Resteranno i ricordi. Ma soprattutto resteranno le sue preghiere e le guarigioni spirituali che ha operato attirando a sé non poca inquietudine. In una delle sue ultime poesie scriveva: «Hai squarciato i Cieli o mio Gesù ed io non dovrei squarciare il mio cuor per farti mio?».

Evidentemente, quest’erba, così tinta non era.

[Rosa Battaglia]

Last modified on Mercoledì, 11 Settembre 2019 10:01
Redazione

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